ARTICOLI INFANZIA E ADOLESCENZA

Il sovrappeso e l’obesità nel bambino e nell’adolescente: perché parlarne?

L’età evolutiva è un periodo ad alto rischio per lo sviluppo di disturbi del comportamento alimentare, con conseguenze che talvolta sfociano in vere e proprie patologie: l’obesità e l’anoressia.
Il bambino e l’adolescente che mangiano scorrettamente corrono il serio rischio di mantenere tali abitudini anche in età adulta. Soprattutto nel sovrappeso e nell’obesità l’incidenza di complicanze endocrino-metaboliche, cardiovascolari e per certi tipi di tumore sono molto elevate.
Secondo l’OMS l’obesità è aumentata di oltre il 50% nel periodo compreso fra 7 e 10 anni. Se le percentuali sull’obesità infantile in America raddoppiavano mediamente ogni 30 anni, attualmente è sufficiente poco più di un decennio.
Tracce di danni ai vasi sanguigni (aterosclerosi) sono stati osservati nei bambini di 2 anni, figli di genitori che hanno abbandonato la dieta mediterranea, scegliendo cibi ricchi di grassi e continuando a fumare. Questi danni vascolari, nei bambini, possono essere corretti a patto che seguano una dieta bilanciata ed equilibrata nell’apporto di calorie e grassi.
Qualche dato che riguarda la popolazione italiana: su 5 milioni di obesi (anno 2006), 800 000 sono affetti da obesità grave; negli ultimi 10 anni, la prevalenza dell’obesità è aumentata del 50% soprattutto in età pediatrica e nelle classi sociali socio-economiche più basse, le spese socio-sanitarie legate all’obesità sono stimate di circa 23 miliardi di euro annui.

Sono dati importanti e che dovrebbero far riflettere.
Perché i nostri bambini mangiano male e cosa è cambiato nella nostra società?
Il ruolo della TV è diventato cruciale, la pubblicità ha la capacità di influenzare le scelte alimentari di tutti, specialmente dei soggetti meno forti; anche la cerchia degli amici è importante, in quanto i bambini e gli adolescenti, per sentirsi appartenenti al proprio gruppo, emulano e condividono i comportamenti più diffusi (“vado al fast-food perché tutti i miei amici ci vanno”; “mangio lo snack a scuola perché i miei compagni mi allontanerebbero se portassi la frutta”). Molti giovani mangiano davanti alla televisione e, altrettanto spesso, consumano il pranzo da soli perché i genitori sono fuori casa impegnati al lavoro. Queste abitudini portano ad alimentarsi senza attenzione con cibi preconfezionati e densamente calorici. La situazione è peggiorata dal livello di sedentarietà dovuto all’urbanizzazione intensiva che limita gli spazi verdi e dall’eccesso di meccanizzazione della locomozione.

Sono tre i punti cruciali che rendono scorretta l’alimentazione dei nostri figli: qualità, quantità, modalità.

I nostri bambini mangiano troppi snack. Siamo al primo posto in Europa nel consumo di merendine confezionate. Tantissime mamme le scelgono perché cibi pratici e definiti salutari dalla pubblicità. Non sono alimenti equilibrati: troppo calorici (100 g di merendine apportano tra 350 e 460 kcal). Il rischio è che si assumano le calorie sufficienti al fabbisogno prima di sentirsi sazi, tendendo a mangiare ancora. Esse contengono anche un elevato quantitativo di grassi, soprattutto saturi e trans, che notoriamente sono dannosi all’organismo.
L’errore quantitativo è spesso sottovalutato. Un esempio per tutti. Consideriamo un bambino di 6 anni, con un fabbisogno di 1600 kcal al giorno, normopeso; ipotizziamo che ci sia un eccesso sistematico del 10%, cioè che consumi ogni giorno, oltre al suo fabbisogno, una bibita gassata o una brioches o una tazza di latte; il risultato sarà un bambino obeso a 11 anni.
Gli errori più frequenti, che rafforzano quanto già visto, sono l’omissione della prima colazione, l’utilizzo troppo frequente dei rompidigiuno, l’assunzione di bibite gassate in sostituzione dell’acqua, lo scarso consumo di fibre alimentari, l’eccesso di salumi e formaggi.

Le strategie terapeutiche nei bambini da 0 a 6 anni sono semplici, ma devono essere praticate con costanza, fino a diventare abitudini di vita. Se ci si trova di fronte ad un singolo errore alimentare, si corregge lo stesso, senza stravolgere lo schema generale; se l’introito calorico è eccessivo si inizia con una dieta lievemente ipocalorica per normalizzarla ad obiettivo raggiunto; se il bambino tende alle sedentarietà, occorre proporgli un tipo di attività motoria gradevole da praticare con continuità. È importante organizzare 5 pasti giornalieri, tra prima colazione, spuntini di metà mattina e metà pomeriggio, pranzo e cena.
Nei bambini sovrappeso o obesi senza patologie in atto, è sconsigliata la farmacoterapia o l’integrazione. Infatti, il fabbisogno nutrizionale è soddisfatto appieno dal consumo regolare di tutti gli alimenti, senza nessuna esclusione.

Il risultato di questi semplici ma efficaci interventi di rieducazione sarà raggiunto prima e risulterà duraturo nel tempo se anche tutta la famiglia rivedrà ed eventualmente correggerà le proprie abitudini alimentari, senza dimenticare il giusto stile di vita.

Approfondimento

A cura di Vladimiro Colombi

Un adeguato apporto di acidi grassi omega-3 durante la gravidanza puó ridurre del 32% il rischio di obesità infantile.
Lo afferma una recente ricerca della Harvard Medical School. Lo studio, pubblicato sull’ American Journal of Clinical Nutrition, ha esaminato la relazione fra il tipo di grassi che le madri avevano assunto durante la gravidanza e l’eventuale obesità all’età di 3 anni. Le misure sono state effettuate sia mediante l’indice di massa corporea (BMI), sia  mediante plicometria.
I ricercatori, guidati dalla Dr.ssa Emily Oken, hanno riportato che l’aumento dei livelli degli acidi grassi omega-3, fra la madre ed il feto, risultava essere associato ad un minore rischio di obesità infantile.
É già noto che il consumo degli acidi grassi omega-3, soprattutto EPA e DHA, è associato a diversi benefici per la salute, tra i quali: miglioramento del metabolismo lipidico, prevenzione delle malattie cardiovascolari e riduzione della risposta infiammatoria. Inoltre, è stato osservato che  gli omega-3 riducono i livelli di grassi negli animali che sono stati alimentati attraverso una dieta ricca di grassi.
Onken e colleghi, hanno spiegato che un basso consumo di acidi grassi omega-3, soprattutto di quelli presenti nel pesce e nei frutti di mare, rappresenta un fattore di rischio nello sviluppo dell’obesità.
Studi precedenti, effettuati su animali, hanno trovato che simili squilibri nella quantità  di acidi grassi assunti durante la dieta, favoriscono lo sviluppo del tessuto adiposo. Gli autori notano tuttavia che sono ancora esigui gli studi relativi agli effetti  prodotti nella popolazione.

Lo studio

I ricercatori  hanno riportato che circa un quinto delle gestanti, durante la prima metà della gravidanza, aveva consumato più di 2 piatti di pesce alla settimana, in quanto solo il 50% di queste donne aveva assunto la quantità raccomandata di 200 mg/die di DHA.
Anche se le donne avevano mangiato pesce durante la gravidanza, tuttavia non avevano consumato quelle  specie note ricche di DHA, come il salmone, tonno e sgombro.
Solo il 3% delle donne che aveva partecipato alla ricerca aveva consumato la quantità raccomandata di 200 mg/die di DHA durante l’ultimo mese di gravidanza, periodo questo in cui grandi quantità di DHA vengono trasferiti dalla madre al bambino, per favorire lo sviluppo del cervello.
I ricercatori hanno  osservato il possibile  sviluppo di obesità nei  i bambini all’età di 3 anni, mettendo in relazione il consumo di omega-3 delle madri e i livelli di omega-6 e omega-3, presenti nel cordone ombelicale durante il parto.
La probabilità di sviluppare obesità all’età di 3 anni era da 2 a 4 volte più alta, se dall’analisi del cordone ombelicale risultava elevato il rapporto tra gli acidi grassi omega-6 e gli omega-3.
Invece, la probabilità diminuiva del 32% quando era alto il consumo di omega-3 da parte delle madri, o  nel caso in cui il rapporto tra omega-3 e omega-6 era vicino ai livelli raccomandati.
I ricercatori di Harvard sottolineano che questo è il primo studio (effettuato  su un modello umano) ad indicare che un basso consumo di omega-3 durante la gravidanza,  puó influire sul rischio di obesità infantile. Ad ogni modo questi risultati dovranno essere confermati da ulteriori studi.
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