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Biberon e “Mamme Potenziali”

Cosa hanno in comune il divieto di commercializzare i biberon contenenti BPA a partire dal 1° giugno di quest’anno e le “mamme potenziali”? Diciamo, innanzi tutto, che questa disposizione ha nuovamente portato all’attenzione del grande pubblico il problema dell’interferenza, specialmente su alcuni particolari aspetti riguardanti bambini e donne, dei contaminanti ambientali.

Il Bisfenolo A (BPA) è un composto organico formato da due gruppi fenolici, ampiamente usato nell’ambito industriale soprattutto come monomero di base per la sintesi di policarbonato. Esso costituisce, infatti, la base della produzione di plastiche da oltre 50 anni e come tale è utilizzato in numerosi prodotti di uso frequente, per non dire quotidiano: prodotti per bambini, lenti per occhiali, attrezzature sportive, elettrodomestici, caschi di protezione, rivestimenti interne di lattine per alimenti e contenitori di bevande (es. boccioni distributori dell’acqua) ecc.  Il contatto con la vita umana è quindi estremamente ampio: si va dall’interferenza con la catena alimentare (uso come anticrittogamico), fino all’assunzione diretta mediante gli alimenti (in relazione alla cessione da parte del contenitore).

Il BPA costituisce, insieme alla diossina e al PCBs (bifenil policlorinato), uno dei capostipiti dei cosiddetti “distruttori endocrini” (Endocrine Disrupting Chemicals , EDC), sostanze che interferiscono con il sistema endocrino e riproduttivo in vari modi: a) come bloccanti l’azione dell’ormone naturale, o per via diretta o mediante legame al recettore specifico; b) come legandi del recettore ormonale che determinano una risposta anomala.

Tutto ciò può ovviamente determinare, in conseguenza, non solo un mancato invio del segnale ormonale, ma anche la sintesi di un diverso prodotto ed una alterazione del metabolismo.

Sulla base di tali valutazioni, da alcuni anni sono state iniziate ricerche mirate in questo senso, sia in Italia[1]sia all’estero. Tra questi, in primis, il BPA appunto che, come si è visto, oltre ad essere un forte ”indiziato” per il diabete e le malattie cardiache (tanto da aver “meritato” un’ interrogazione al Parlamento Europeo nel 2008[2]) è risultato in grado di interagire con i recettori degli estrogeni, mimando i loro effetti e causando, di conseguenza, un aumento del rischio di malformazioni, infertilità, endometriosi (principali patologie su cui si è accentrato lo studio).

E’ stato dimostrato, infatti, che  il feto ed il neonato sono particolarmente sensibili all’esposizione al BPA: con un lavoro condotto soprattutto dall’ Università di Tokyo in collaborazione con la locale Facoltà di Medicina[3] è risultato che il BPA è in grado di attraversare la barriera placentare e di accumularsi nel siero fetale e nel liquido amniotico. Se consideriamo inoltre i lavori condotti sulla base della teoria dell’origine embriogenetica, secondo la quale il tessuto endometriosico è risultato presente nei feti umani già alla sedicesima settimana di gestazione[4], possiamo dire che i contaminanti ambientali iniziano a colpire la mamma e proseguono la loro catena ad oltranza senza interruzione. La presenza, quindi, di BPA nella placenta e nel cordone ombelicale (impatto pre-natale) e nel latte materno (impatto post-natale) contribuiscono a porre gravi interrogativi sugli effetti nell’individuo a medio e lungo termine.

A tutto ciò aggiungiamo, come dicevamo, che anche la diossina è un killer importante. Purtroppo sono ancora molte le fonti da cui deriva questa pericolosa sostanza (basti pensare alle fonderie, ai cementifici o agli  inceneritori che non rispettano negli impianti i limiti previsti per legge). Sia da studi in vitro che in vivo su cellule endometriosiche prelevate da donne si è accertato che il bioaccumulo della TCDD (tetraclorodibenzo-p-diossina) incrementa in modo significativo il rischio di endometriosi mediante due meccanismi: alterazione cronica dei meccanismi immunitari (promuove l’espressione delle chemochine CCR 8) e interazioni a livello recettoriale (Aryl Hydrocarbon Receptor).

In conclusione, considerando che tali sostanze vedono ampliata la loro tossicità attraverso la catena alimentare (in primis i grassi animali, compreso il latte materno) e considerando gli effetti che possono provocare sui vari sistemi (endocrino, riproduttivo, nervoso ed immunitario), è alquanto importante che si continui a mantenere alta la soglia di sorveglianza.

Teresa C. Barbati


[1] L’Istituto Superiore della Sanità ha avviato il primo studio clinico al fine di verificare se l’esposizione ai contaminanti ambientali possa essere dichiaratamente correlata all’ endometriosi e alla abortività ricorrente.

[2] Interrogazione Parlamentare del 29.9.2008 sulla base anche di uno studio Jama pubblicata il 16.9.2008

[3] J Steroid Biochem Mol. Biol. 2005 Feb, Epub 2005 Jan 26

[4] Dai lavori di diverse università italiane coordinate dal Prof. Signorile, presidente della FIE (Federazione Italiana Endometriosi)

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